Area archeologica di Villa di Livia
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È stato un innamoramento a prima vista.
La scoperta di un testo che riesce ad avere la potenza del mito e dell’antico e la crudezza della quotidianità dolorosa e malata di oggi.
Non che le donne, dell’antichità, non avessero gli stessi problemi di oggi, ma il testo di Evelina Barone Sulle ginocchia di Ananke canto il tuo nome, pone ogni lettore davanti a questa sorta di creatura leggendaria dai mille occhi.
Ananke, la madre delle Moire, Ananke la dea del destino, del fato, della necessità, sulle cui ginocchia è deposto il fuso della vita sostiene e soccorre queste donne che possiedono soltanto il loro nome. Quel nome che conosce e vibra, che era in principio, ed era pensato come l’augurio del destino. L’augurio di Ananke.
Sono storie di donne reali, contemporanee. Esistenze esposte al caso, che mal distribuisce fortune e sfortune e al dolore, imprevedibile nei modi e nei tempi.
Ognuna di queste donne ha una storia ingiusta, una storia di male da raccontare. Eppure, nel racconto di ciascuna è nascosta anche la capacità di imparare a far brillare la felicità nel dolore. Di scoprire che la nostra storia ci offre tutti gli strumenti per la comprensione, la compassione e la cura.
In questo modo ogni vita si trasforma nel canto stesso della propria esistenza. Quel canto che riscalda e protegge.
Il dolore delle donne sorrette dalle Moire è quasi un coro di guarigione per tutti noi. È la chiave per scoprire l’interiorità più profonda, antica, oscura e invaderla di possibilità, di significato e, a volte, anche di splendore.
E, così, siamo partiti per un’avventura coraggiosa, un’avventura contemporanea che, grazie al suo sapore antico, ci permetteva di immaginare strutture ritmiche, cori, movimenti scenici, deformazioni, colori.
Abbiamo fatto molti provini e trovato tre attrici che avrebbero dovuto interpretare sia le tre Moire (che nel testo chiudono ogni racconto con le loro voci), sia alcune delle donne reali di cui l’autrice racconta le esistenze esposte al caso, che mal distribuisce fortune e sfortune, e al dolore, imprevedibile nei modi e nei tempi.
Il senso profondo della trasformazione del dolore in luce è stato il punto fermo della drammaturgia che abbiamo presentato – in forma di studio – nella rassegna “Opra Prima” di Teatri di Pietra 2023, nell’area archeologica della Villa di Livia.
Il 26 giugno alle ore 18, affacciati sul panorama della città che degrada, con alle spalle i mosaici policromi della casa di Livia, abbiamo debuttato con gli straordinari ed evocativi costumi in tutte le sfumature del blu di Marco Berrettoni.
C’è ancora molto da fare, il testo presenta più sfaccettature di quante – forse – siamo riusciti a coglierne. C’è la tessitura, c’è la gravità del canto, ci sono i cori e le musiche (e per questo ringraziamo i Curamunì per averci offerto di usare le loro, musiche che curano, appunto).
Il fato non può che essere ineluttabile, ma noi abbiamo la capacità di pensare che anche il dolore può essere una porta verso una nuova felicità.
E questo sarà il disegno che ci porterà a proseguire ancora l’incontro con le Moire.

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