Le foto di scena de Le Città Invisibili: Claudio Drago e il baratto sentimentale

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Come abbiamo avuto modo di dire in tutti questi anni di lavoro attorno a Le Città Invisibili di Italo Calvino, il testo è un’opera aperta che offre al lettore significati e percorsi molteplici: un atlante metropolitano fantastico che ci affascina e ci meraviglia.

Questa descrizione di città magiche, irriconoscibili o forse riconoscibili soltanto interiormente, che portiamo in scena, già dal 2015, nonostante ci ha reso consapevoli -soprattutto in questo anno di celebrazioni – di quanto la narrazione di Calvino sia ancora contemporanea e porti con sé il senso e il valore delle parole che, nello spettacolo, non abbiamo adattato né modificato.

Siamo, però, intervenuti sulla drammaturgia, scomponendo il personaggio di Marco Polo in tre donne. Donne, come i nomi delle città che Polo visita e di cui parla al sultano Kublai Kan; donne, intese come viaggiatrici del tempo e dei luoghi.

In questo allestimento, in continua evoluzione, si sofferma a distanza di alcuni anni l’occhio fotografico di Claudio Drago che coglie espressioni, blocca istanti di azioni senza mai renderli statici.

La recitazione – dice Claudio Drago a Penelope Filacchione, curatrice della mostra – finge soltanto di ripetere sé stessa, ma non esiste un istante uguale a un altro, neppure con lo stesso set e lo stesso cast. In questo la fotografia di scena è, di fatto, fotografia della vita.
In scena il movimento deve proseguire fluido e la luce è decisa dal regista in collaborazione con i suoi tecnici; anche gli attori dicono la loro, ad esempio per le esigenze nelle quali devono naturalmente essere agevolati. Conoscere in anticipo il copione, aver già visto lo spettacolo, aiuta fino a un certo punto: basta cambiare palcoscenico, ma anche solo un ripensamento di regia da una sera all’altra, che è come trovarsi in una situazione tutta nuova. Inoltre, l’azione scenica è solo una delle possibilità fotografiche: ci sono le prove, gli attori come singole persone, i tecnici, tutto quel mondo di esseri umani emozionati sopra, davanti e dietro al palco scenico, che possono diventare una vera messe per l’occhio indagatore del fotografo.
Chi è in scena produce arte, esattamente come la produce il fotografo: si deve creare una speciale alchimia, una elevazione a potenza che aggiunga un’arte all’altra. Per questo per lui è indispensabile che ci si comprenda ancora prima di andare in scena, che ci si possa accettare a vicenda
“.

Non a caso Drago definisce poeticamente la fotografia di scena come un baratto sentimentale. Fotografare uno spettacolo per lui è come ricevere un dono e poterlo ricambiare attraverso le emozioni vissute in prima persona.

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